24 febbraio 2012
Ormai è diventata una realtà: lo straniero è di casa anche qui. Non lo si pensava così fino a pochi anni fa, ma ora questa è la situazione. Indubbiamente un po’ di disagio interiore c’è in ogni uno di noi. Non è detto, anche se cristiani all’ennesima potenza, che la disponibilità d’animo sia così naturale.
Pensate soltanto a quanto si è combattuto per allontanare il germe razzista nei confronti dei meridionali (che in parte ancora esiste). Venivano considerati una massa ignorante, incolta, povera e tutta in odore di mafia. Salvo, poi, con il tempo, cambiare mentalità e considerare anche i meridionali persone con la loro dignità di persone e di esseri umani.
Ora ci sono gli stranieri, specie gli extracomunitari. Essi hanno preso il posto, nella nostra mente, dei meridionali. Clandestini o meno, essi sono in cerca di fortuna come noi abbiamo fatto a suo tempo (vedi emigrazione in America, Svizzera, Francia, Sudamerica, ecc.).
Anche i nostri ospedali sono frequentati da immigrati. Soprattutto gli ambulatori. Passate davanti a qualsiasi pronto soccorso e lì vi troverete delle persone di colore (chiare o scure) che attendono .
E’ il campionario della multi etnicità.
Io solidarizzo molto con loro, (almeno nelle intenzioni) perché mi metto nei loro panni. Nel senso che la lingua è u grande ostacolo al dialogo e alla determinazione dei segni e dei sintomi. Inoltre ci sono sempre delle difficoltà di mentalità, di usi e di costumi.
Ora rimane l’approccio alla persona, la cosa importante da fare. E’ inutile arrabbiarsi: la mondializzazione ha portato che il nostro orticello deve essere condiviso anche con queste persone. Se c’è un disagio bisogna vincerlo, bisogna superarli. Se palpare una addome o ascoltare un torace per noi è pratica comune, non sempre lo è per uno straniero.
Qui sta il bello: l’accoglienza è anche questo: il rispetto del’altro. Volendo, anche nei momenti più difficili, certe cose si risolvono: basta usare i modi d’amore giusti.
Francesco Chiodin